E come comunità Ebraica

L’accoglienza e l’integrazione positiva dell’ebraismo a Casale dimostrano quanto sia importante per una città sapersi aprire alla diversità. Dal passato, ma ancor di più dal presente della nostra storia, una bella lezione per il programma.

Dal professor Roberto Viale una breve nota dedicata alla comunità ebraica casalese.

È difficile vivere a Casale senza avvertire il fascino urbanistico dell’antico ghetto ebraico, con il suo perimetro ancora quasi chiuso e i suoi cortili a labirinto, in cui si incastrano le abitazioni quasi accatastate, cresciute forse per sovrapposizioni successive, nello sforzo di contenere la crescita della comunità.

Seminascosta in un vicolo si apre una sinagoga fra le più antiche del mondo ebraico italiano, celebrata dalle guide anche grazie agli sforzi di una piccola comunità che, con coraggio, tiene aperti l’edificio e l’annesso museo alla fruizione turistica e scolastica.

La comunità ebraica casalese ha radici molto lontane nel tempo: il primo insediamento risale ai primi del Cinquecento. La sua storia complessa, fatta di integrazioni e talvolta di conflitti con il contesto circostante, ha avuto un’importanza notevole per la vita della città, che ne è stata segnata, oltre che nell’impianto urbanistico (in particolare il tessuto dei negozi nella parte centrale di via Roma), anche nella cultura popolare, nella gastronomia e in alcuni modi di dire dialettali.

Articolata e dialettica la relazione degli ebrei casalesi con le strutture del potere, prima paleologo, poi gonzaghesco, infine sabaudo e poi italiano: di volta in volta hanno rappresentato una nicchia produttiva e finanziaria utile ad eludere i vincoli economici, oppure una valvola di sfogo su cui scaricare le tensioni sociali. Anche la localizzazione degli ebrei casalesi sul territorio si è evoluta attraverso contrazioni ed espansioni, collegate alle varie legislazioni degli stati in cui Casale entrava a far parte: relativamente liberi di acquistare case ancora sotto i Gonzaga furono obbligati a fissare la loro dimora nel ghetto con il governo sabaudo nella prima metà del Settecento.

Lo statuto albertino e la legge sui culti ammessi nel marzo del 1848 definirono infine i contorni della cosiddetta “emancipazione” di cui rimangono le narrazioni di scene di entusiasmo e le targhe marmoree celebrative all’interno della sinagoga.

La comunità ebraica casalese crebbe vistosamente nella seconda metà dell’Ottocento, avvicinandosi alle 800 persone (quasi il 5% degli abitanti del centro storico), caratterizzando in maniera decisiva la vita urbana del centro città. A Casale dal 1874 veniva pubblicato “Il Vessillo israelitico”, allora il periodico ebraico più diffuso in Italia, che presentava la città come un modello di riuscita integrazione dell’ebraismo nella società italiana. Malgrado questa integrazione il ‘900 vide lo svuotamento progressivo della comunità ebraica, prevalentemente per emigrazione delle generazioni più giovani verso le città dell’Italia del nord.

La legislazione antiebraica del 1938 colse completamente di sorpresa una comunità ormai esigua numericamente e con un’età media piuttosto elevata. La Repubblica di Salò portò alle estreme conseguenze la politica persecutoria consegnando alla deportazione e alla morte nei campi tutti coloro che non erano riusciti a nascondersi.

Pur ridotta a due sole famiglie all’inizio del XXI secolo la comunità ebraica non ha perso la sua vivacità culturale, anche grazie a personalità prestigiose come Elio Carmi: fra le sue iniziative più incisive ricordiamo le testimonianze in occasione del “Giorno della memoria”, istituito dal parlamento italiano nel 2000; l’apertura della festa di ḥănukkāh alla partecipazione della popolazione casalese e il successivo museo dei lumi ed infine il festival di cultura ebraica “Oy, Oy, Oy” che dal 2005 al 2009 ha visto alternarsi eventi musicali ed importanti conferenze, anche grazie alla collaborazione con l’amministrazione comunale.

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