R come Regione

L’8 e il 9 giugno 2024, come già ricordato nel contributo dedicato alle elezioni europee, in Piemonte si andrà a votare anche per rinnovare il consiglio regionale.

Nelle ultime elezioni regionali in Basilicata ha votato meno del 50% degli aventi diritto al voto. Nel 1970, invece, alla nascita delle Regioni partecipò più del 90% dei votanti. Dopo trent’anni, nel 2000, la partecipazione scese già di venti punti e, cinquant’anni dopo, siamo in media poco oltre al 50% dei votanti.
L’istituzione regionale, che dovrebbe essere vicina ai cittadini, si mostra la più lontana. Anche se all’interno di una costante caduta della partecipazione elettorale, si vota di più nelle elezioni politiche e in quelle comunali che nelle elezioni regionali.


Eppure, da parte del Governo, si vuole riorganizzare lo Stato e sfasciare la Nazione a favore di un’istituzione che è sentita dai cittadini molto meno importante del proprio Municipio o del Governo.
Le Regioni, infatti, nate con l’ambizione di riformare lo Stato centrale e di promuovere una nuova classe dirigente, si sono trasformate in uno dei principali ostacoli al miglioramento delle funzioni pubbliche e stanno riproponendo una rifeudalizzazione della politica che dal Sud sale verso il Nord. Quasi mai, davvero, esse si sono dimostrate più efficienti per i cittadini e più serie, come si auspicava nella riforma degli anni ‘70.
D’altra parte, se il Sistema Sanitario Nazionale è in profonda crisi e se le Regioni hanno competenza piena in materia, come si può immaginare di concedere loro ancora maggiori funzioni sulla sanità, che impegna già i due terzi dei loro bilanci, se sono state proprio loro gli attori del collasso, pur con qualche notevole eccezione?
Anche nella Regione Piemonte, la grande emergenza sanitaria della pandemia da Covid ha dimostrato l’inadeguatezza del modello che, in questi anni, ha colpevolmente dimenticato soprattutto la sanità territoriale e che ha sostanzialmente rinviato sugli ospedali le grandi decisioni da prendere per un’effettiva riorganizzazione dell’offerta sanitaria.


La nostra è una delle Regioni che sono arretrate di più, dal 2020 in avanti, nella garanzia di servizi e rappresenta forse l’esempio più clamoroso al Nord di una realtà che era, negli anni ancora di inizio 2000, il fiore all’occhiello della sanità italiana e che adesso, specie nelle zone periferiche del Piemonte, lascia sostanzialmente abbandonati i cittadini senza un governo attivo del territorio.
Come si fa allora ad elogiare il federalismo sanitario se l’Italia, uno dei paesi più sviluppati del mondo, incomincia a presentare una radicale disunità tra Regione e Regione e tra territorio e territorio in materia sanitaria?


Far passare alla Camera, appena dopo il 25 aprile, l’autonomia differenziata dimostra come sia difficilissimo oggi cercare di proporre una politica responsabile sui temi fondamentali dello Stato sociale e della difesa dei diritti delle persone più fragili.
Le prossime elezioni regionali devono rappresentare, per tutti quei cittadini che hanno a cuore nel nostro territorio l’obiettivo di ricostruire una politica sanitaria e sociale di livello europeo, una sfida per andare a votare e per cercare di sostenere quei candidati che, anziché diffondere grandi slogan generici e privi di senso, dimostrano di aver capito la gravità della situazione e la necessità di riformare profondamente l’istituto regionale.


Di sicuro, considerata la crisi delle Regioni, non dobbiamo assolutamente trasferire loro altre competenze per evitare l’ulteriore cedimento dei diritti costituzionali.
Casale può diventare, con una forte partecipazione civica, un piccolo laboratorio per la presa di coscienza che, nonostante l’enorme propaganda a riguardo, in Regione non bisogna votare un “notabile”, ma qualcuno che umilmente racconti alla popolazione cittadini le cose come stanno e si impegni a cambiare verso.

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